“La signora non abita più qui” l’ultimo romanzo di Lorenzo Rosso




Nella sua ultima produzione letteraria il giornalista e scrittore Lorenzo Rosso traccia un affascinante percorso narrativo in un rapporto diretto col proprio tempo visto come sintomo dell’intrinseca, anche conscia e coltivata, sensazione di solitudine che risulta come l’elemento morale naturalizzato nella grana del testo.

Il libro, dal titolo “La signora non abita più qui”, Ecumenica Editrice, fa riflettere sulla leggerezza dei sentimenti moderni e sulle sfumature dell’alternarsi emotivo delle sensazioni affidate alla sensibilità di un protagonista che recita il ruolo del disorientato, del naufrago, del perduto in un vortice. Un uomo che rappresenta la figura dell’eroe predestinato alla sconfitta – afferma Bruno Gambarotta – si dibatte come una mosca nella tela di un ragno e lo fa per onore di firma, sapendo già che la fine è nota. Nel suono della trama letterale Rosso propone una meditata struttura del racconto, concentrata e sorprendente, rigorosa e creativa, che denota una ricerca sperimentale mai fine a se stessa, bensì determinata dalla sostanza del contenuto. Un romanzo dove la solitudine è la proprietà più privata nonostante il protagonista aspiri a recuperare l’utopia nella sensazione dell’amore, nel corpo propizio di una donna, nel turbinio interiore in base al quale egli stesso costruisce un rapporto forse illusorio ma vivo.

Nel testo vengono persino ignorati i nomi dei protagonisti, sia quello dell’io narrante che quello della donna la cui fatua presenza si concentra nel ruolo della “signora” o della “farmacista”. Due destini che si intrecciano partendo dall’amore come motore della vita per uscire dalla lucidità della solitudine nella quale ci si può anche ingannare immensamente. Il libro riunisce i valori essenziali dell’atteggiamento romantico assieme a una moralità critica della stessa finzione con una una sintassi e una letteratura che rendono possibile l’unione della geometria dell’impostazione con la migliore verbalizzazione della conoscenza romantica come in un’agenda piena di emozioni rinnovabili intimamente elaborate. L’autore individua forze e debolezze umane, indipendentemente dai contenuti delle azioni, soffermandosi sul gazzabuglio caotico delle passioni, dei desideri e delle tendenze spontanee che premono sulla condotta dell’uomo minacciandone la coerenza e l’armonia. Si può affermare che Rosso sa rappresentare la voce maschile sia nel pericolo di perdersi che nella premessa per ritrovarsi.

Con stile personale e riconoscibile, traccia un percorso che incatena al fondo della verità e dello svelamento portando il lettore sulla scena. La finestra di fronte e la sala di un pub messicano creano spazi diversi rispetto alla rappresentazione del quotidiano: si può parlare di una scenografia fredda, da pittura metafisica, ma non è così perché le parti si animano degli echi e dei ritorni, dei suoni e delle vibrazioni che inevitabilmente la parola scritta trascina con sé. Un paesaggio assediato e insediato nel deserto quale allegoria della intellegibile complessità umana che fa sabbia e miraggio della vita. Sullo sfondo di un orizzonte spoglio di riferimenti lo scrittore trova una risposta convincente solo nell’accettazione dell’immanenza, nella contemplazione inevitabile dell’esistente: un significativo intreccio con il brivido che incombe, con l’angoscia per la morte della presunta amata il cui momento del trapasso viene risparmiato ai lettori. Un finale dove tutto è ridotto ad eloquente silenzio.