Mafia: documento vescovi, “mafiosi scomunicati, uscite da palude”




“Convertitevi”, si intitola cosi’ la Lettera dei vescovi di Sicilia a 25 anni dall’appello alla conversione dei mafiosi di San Giovanni Paolo II, consegnata oggi pomeriggio nel corso della solenne Messa nella Valle dei Templi, davanti al Tempio della Concordia. Il ricordo delle vittime, il richiamo all’impegno, la riaffermazione dell’assoluta incompatibilita’ tra mafia e Vangelo, tra mafiosi e Chiesa. E il “prolungamento” dell’invito alla conversione rivolto agli uomini e alle donne di Cosa nostra, per uscire dalla condizione di “scomunica de facto” che entra in vigore anche a prescindere dalla “scomunica de jure”: “Anche a voi, fratelli e sorelle che vi trovate invischiati nelle paludi della mafia, desideriamo prolungare l’eco del monito di San Giovanni Paolo II: Convertitevi!. A voi che siete stati i primi destinatari di quell’appello profetico ci rivolgiamo, con tono sereno e serio, per ribadirvi pure l’invito rivolto da papa Francesco, in un’udienza del 21 febbraio 2015, a chi come voi vive nel male e nel peccato: ‘Aprite il vostro cuore al Signore. Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie'”.

LA MAFIA E’ PECCATO, ANCHE QUANDO HA I COLLETTI BIANCHI La mafia si configura non solo come un gravissimo reato, “ma anche come un disastroso deficit culturale e, di conseguenza, come un clamoroso tradimento della storia siciliana”. E, per questo motivo, anche “come un’incrinatura fatale nella virtu’ religiosa, che finisce cosi’ per risultare depotenziata e travisata”. Il grido che – a partire dalla Valle dei Templi – attraverso’ tutta la Sicilia nel maggio 1993, riecheggiando con forza anche nel resto d’Italia, non soltanto denunciava un’efferata attitudine criminosa, “ma pure smascherava e continua a smascherare un vero e proprio peccato, cioe’ un rifiuto gravemente reiterato nei confronti di Dio e degli esseri umani”.

Tutti i mafiosi “sono peccatori: quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi, quelli piu’ o meno noti e quelli che si nascondono nell’ombra. Peccato e’ l’omerta’ di chi col proprio silenzio finisce per coprirne i misfatti, cosi’ facendosene – consapevolmente o meno – complice”. Peccato ancor piu’ grave e’ la mentalita’ mafiosa, “anche quando si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione e in una inestinguibile sete di vendetta”. Peccato gravissimo e’ l’azione mafiosa”. “Strutture di peccato “sono le organizzazioni mafiose, “perche’ con i loro intrighi e i loro traffici si rivoltano contro la volonta’ divina e producono la morte”.
LA MAFIA E’ INCOMPATIBILE CON IL VANGELO Il grido di san Giovanni Paolo II, d’altra parte, sottolineano i vescovi di Sicilia, “si prolunga sino a noi, col suo timbro profetico, anche perche’ la mafia continua a esistere e a ordire le sue trame mortali, estendendole anzi ormai da tempo oltre la Sicilia, nel resto d’Italia e all’estero, procacciandosi ovunque connivenze e alleanze, dissimulando la sua presenza in tanti ambienti e contagiandosi a molti soggetti che apparentemente ne sembrano immuni, trapiantandosi ovunque nel solco di una pervasiva corruzione”. A quel richiamo franco e severo, l’organizzazione mafiosa oppose subito alcune reazioni molto violente: “Decise di lanciare i suoi minacciosi segnali contro la Chiesa tramite gli attentati del luglio 1993, a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro. E, soprattutto, con l’agguato in cui cadde – il 15 settembre 1993 – il beato Pino Puglisi, parroco nel quartiere Brancaccio, a Palermo”. Don Puglisi “aveva ben compreso l’incompatibilita’ della mafia con il Vangelo e nei suoi confronti stava realizzando in parrocchia, tra la sua gente e con la sua gente, una concreta resistenza, evangelicamente ispirata e motivata. Quella sua resistenza cristiana parve ai mafiosi di Brancaccio un prolungamento – per loro intollerabile – del grido di Agrigento. Pochi mesi dopo, il 19 marzo 1994, anche la camorra diede feroce sfogo alla sua intolleranza nei confronti di ogni resistenza cristiana, uccidendo don Peppe Diana, parroco a Casal di Principe, in provincia di Caserta.

LA MAFIA E’ UNA QUESTIONE ECCLESIALE Il monito di papa Wojtya innesco’, dunque, una serie di drammatiche conseguenze. Tuttavia, non tutte di segno negativo. Tra quelle positive spicca la metamorfosi del discorso ecclesiale sulle mafie, che dal maggio 1993 in avanti s’e’ venuta sviluppando in molte Chiese del Meridione d’Italia.

Il Papa, ad Agrigento, si era rivolto direttamente ai mafiosi: a loro aveva indirizzato il suo appello alla conversione, con loro aveva parlato, senza piu’ limitarsi a discutere riguardo al fenomeno mafioso. E aveva usato parole inedite. Riprendendo poi quell’appello, nell’udienza del giugno 1995, lo aveva fatto valere anche per tutti i siciliani, per infondere in loro un rinnovato vigore spirituale: “In questi termini, egli faceva della mafia una questione anche ecclesiale ed ecclesiologica perche’ stimolava la comunita’ ecclesiale e tutti i suoi membri, nessuno escluso, a costruire quella che aveva chiamato la civilta’ della vita”.
“ROMPERE IL SILENZIO CON PAROLE NOSTRE”. UN NUOVA PEDAGOGIA Il rinnovato discorso ecclesiale sulle mafie, che si e’ andato configurando negli anni scorsi, in particolare in Sicilia e nel resto del Meridione d’Italia, “ha progressivamente permesso alla comunita’ credente, nel suo complesso, di prendere le distanze dal silenzio che pur era stato prima ambiguamente mantenuto in pubblico riguardo al fenomeno mafioso”. Ma le condanne pubbliche e le scomuniche piu’ o meno esplicite, “nella societa’ mediatica in cui viviamo, hanno eco brevissima: giusto il tempo della notizia che suscitano”. Bisogna piuttosto svolgere un ruolo profetico: “Non importa che i media non ne parlino o non ne parlino adeguatamente, o che qualche commentatore continui a criticare il silenzio “istituzionale” della Chiesa. Deve piuttosto preoccuparci che il nostro discorso soffra di una certa inefficacia performativa: cioe’ non giunga a interpellare e a scuotere davvero i mafiosi. Deve preoccuparci che il discorso cristiano sulle mafie sia rimasto troppo a lungo solo sulla carta e non si sia tradotto per decenni e non si traduca ancora in un respiro pedagogico capace di far crescere generazioni nuove di credenti. Dobbiamo immaginare una metodologia formativa per piccoli e grandi, per giovani e adulti, per gruppi e famiglie, nelle parrocchie e nelle associazioni, con una sistematica catechesi interattiva, il piu’ possibile “pratica” e “contestuale”, attinente cioe’ ai problemi dell’ambiente in cui abitano coloro cui essa e’ destinata, per giungere a motivare e a trasmettere stili di vita coerenti al Vangelo e improntati alla giustizia e alla misericordia”.

SCOMUNICA DI FATTO Per i vescovi, “dobbiamo accettare la sfida – precipuamente formativa ed educativa – di risvegliare nelle persone il senso dell’appartenenza ecclesiale, se necessario mettendo in chiaro che c’e’ una scomunica de facto che entra in vigore anche a prescindere dalla scomunica de jure: consiste nell’autoesclusione dalla comunione, cui si condanna chi preferisce incancrenirsi nel peccato e incamminarsi lungo i sentieri senza ritorno della corruzione”.